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ANTITHESIS

Nelle dinamiche compositive più coltivate nel secondo Novecento una delle più consistenti si è indirizzata verso l’innalzamento del livello delle percezioni d’ascolto. L’attenzione ai suoni è divenuta spasmodica al pari di una ricerca scientifica, una nuova frontiera della musica particolarmente esigente dal punto di vista dei risultati, dove le indicazioni dinamiche delle partiture sono diventate all’improvviso quasi inefficaci di fronte ad un approfondimento che meritava una riconsiderazione in termini di indagini sonore e tecniche inusuali: il sistema musicale contemporaneo ha congiurato una rivolta non ortodossa, alla ricerca di dettagli sugli intorni sonori dell’inaudibile così come su quelli della piena intensità, passando per una raccolta di informazioni che, se guardiamo l’excursus storico, potrebbe andare dal dettaglio silenzioso del famoso tasto di pianoforte di Scelsi, con pedale inserito fino ad esaurimento della materia sonora, fino alle recenti escursioni saturazioniste dei compositori francesi. Ma è possibile che indagini e tecniche si coniughino per offrire una nuova visuale d’insieme? Scandagliare le dinamiche e le zone estreme è un modo per ritrovarsi in una specifica cellula emotiva stimolata dagli strumenti? Si può formare una differente sensibilità? Che tipo di dialettica può rinvenirsi dal gioco delle forze?
La selezione di Michele Bianchini ai sassofoni potrebbe rispondere efficacemente a tutte queste domande, dal momento che tutte le composizioni prescelte si coagulano in un’idea di regolazione di flusso, di estensioni e pratiche che lavorano per cogliere ciò che accade all’interno del suono in un arco temporale; strumento eletto per un suono corporeo, il sassofono è l’eccellenza strumentale per vivere la dimensione della “materia” e tutto quello che mani, bocca, diteggiature o canali d’aria scolpiscono è unità, tangibili tensioni che ci avvicinano a parallelismi con la fisica dei materiali oltre che con l’astrazione dell’arte. La corporeità va introitata su quanto Bianchini ha voluto sondare, ossia la trasparenza e l’intensità dei timbri visti come universi problematici del ventunesimo secolo e tale corporeità si spende in una varietà di pensiero compositivo unito però da un filo conduttore, ossia la percezione di un cambiamento semantico definitivo, un lavoro in cui si mette in crisi la trama o gli sviluppi armonici prevedibili così come conosciuti nella musica classica, poiché la tensione vive nelle situazioni confuse, nelle tessiture decisamente non convenzionali dei sassofoni e nella relatività gestualità dell’esecutore [...]

[...] L’atteggiamento di Bianchini è quello di un conduttore di energia, non importa di che tipo, realismo interpretativo di un esploratore di suoni, adamantino o esplosivo alle occorrenze, misterioso o granitico a seconda del tipo di riflessione richiesta dalla composizione: la dialettica di αντίθεση-antithesis chiama in causa la capacità di saper dominare i contrasti e c’è bisogno di un musicista in grado di creare una riviera di congruenze non facilmente gestibili. E’, in definitiva, un dominio del mondo oggettivo quello di Bianchini, un mondo sonoro perfettamente totalizzato.

Ettore Garzia
 

Pentagramma giallo - Fabio Mariacci 2022 (2).jpeg

Il percorso verso l’astrazione di Mariacci fiorisce in modo incisivo negli anni Novanta. Forte di una vivacità cromatica, la sua pittura, costruita inizialmente per segni, combina sulla tela colori distribuiti secondo una logica ritmica rigorosa. Una modalità che recentemente l’artista va recuperando - dopo la parentesi duratura di una ricerca giocata su forme concrete e colori piani - in cui tuttavia, rispetto al passato, l’elemento innovativo appare la materia bituminosa, utilizzata pure sempre in modalità di segno-colore, giocando sulle sfumature di questa e su pigmenti dalla colorazione chiara. Il risultato è una ricerca espressiva che rispetto al passato si fa per certi aspetti più partecipe alla condizione umana; la temperatura dell’opera diventa più “calda”. Una ricerca quest’ultima che si è inaugurata in pochi mesi, complice anche l’infausto incontro con il fuoco che, se da un lato ha cancellato tanta parte della produzione dell’artista, bruciandola accidentalmente, dall’altro ha restituito uno stimolo ulteriore di apertura verso una modalità pittorica finora non considerata da Mariacci, il quale tuttavia non ha rinnegato la propria identità astratta, ma ha semmai reinterpretato matericamente il linguaggio. 

Lorenzo Fiorucci

 

Info: fabiomariacci@hotmail.it

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